Confine: la quarantena, per me

Pesach, in ebraico, significa passare oltre: attraversare. Pesach (…) festeggia anche la possibilità che la nostra parte più autentica sia quella che supera un trauma. Che passa oltre. Che ci permette di cambiare, ma non ci costringe a diventare diversi: anzi. Ci fa scivolare in pieno contatto con la vocazione profonda a cui veniamo chiamati per essere proprio la persona che siamo.

La quarantena, per me, come consapevolezza profonda del significato dei confini. Non tanto di quelli imposti dalle regole della convivenza per la comune sicurezza, quanto più quelli che delimitano lo spazio vitale ed esistenziale di ciascuno di noi.

La quarantena come presa di contatto con i miei confini personali, di cui prima mi ricordavo – vagamente – solo quando lasciati travalicare. Per la voglia di far tutti contenti, per l’incapacità di delimitare, per una altissima soglia della percezione di soffocare (che, puntualmente, arriva quando l’invasione è totale e difficilmente reversibile). Ah, ma allora c’era una linea di demarcazione che si poteva (far) rispettare!

La quarantena come occasione per «spiritualizzare le restrizioni a cui siamo stati costretti, senza renderle completamente metaforiche», a partire « dal valore che ha la barriera di un metro, sia quando si infrange che quando si rispetta. Dalla possibilità di una mascherina che siamo noi a decidere di infilare. Dalla differenza tra il miracolo di incontrarsi e il rischio di assembrarsi». Dal rischio, quando non si rispettano i confini, di invadersi, confondersi, perdersi. Dalla bellezza del contatto, quando è la riposta a un “avvicinati“.

La quarantena, per me, è stata la possibilità di toccare con mano quello spazio liminale che separa “me” da “te”, quei bordi ben definiti che definiscono un’identità e per superare i quali bisogna sempre chiedere il permesso. Un’occasione di riconoscere (quale sorpresa!) i miei contorni e ricordarmi che sono io poter a decidere, di volta in volta, a chi e come dire “avanti!”.

La quarantena come recupero di una intimità dai ritmi sincronizzati con il respiro. Il confine domestico, separando il fuori dal dentro, ha imposto una pausa, una sospensione dal consueto brusio di esistenze altrimenti saturate di impegni; l’esterno precluso e la casa vissuta hanno portato lo sguardo a rivolgersi verso se stessi. Una introspezione, per altri insopportabile, che nel mio caso ha messo in luce priorità non più negoziabili.

La quarantena, come distillato di ciò che è davvero essenziale, ha derubricato a superfluo la più parte di ciò-che-era-prima avvicinandomi di un passo a una vita che mi assomiglia davvero. Ha puntato un faro sul mio “io” e sul mio “adesso”: premesse da accogliere e coltivare imprescindibilmente per far spazio all'”altro” e al “poi”.

La quarantena come costruzione, tutt’altro che egoista, di un “io” definito, consapevole delle proprie ragioni e dei propri desideri. Di un “io” che è linea di demarcazione e passaggio tra identità, quindi possibilità dell’incontro; un confine poroso, «in grado di alimentare lo scambio con l’alterità per allargare l’orizzonte del mondo». Un limitare che può non essere limite, ma un invito a passare oltre.

Perché, come ha scritto Chiara Gamberale leggendomi nel pensiero, « il dire io in cui confido» è la possibilità di quel «passare oltre, Pesach, e tornare voilà giusto al centro del palpitare del mondo (…) Per riuscire, dopo tutto questo, a dire di nuovo Tu. Lui, lei. Noi.»

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...