Trauma non significa trama

Oggi, cinque anni fa, imparavo questo.

Non era ancora consapevolezza nitida, solo un abbozzo di intuizione. Rabdomante, ho avvertito in una serie di epifanie il primo sentore della direzione da seguire. E iniziavo così il cammino, tutt’ora in corso, della costruzione della versione migliore di me.

Costruire che è fondare, che a sua volta è tornare alle fondamenta. È scavare a mani nude nel proprio passato – senza paura di sporcarsi – e riuscire a fare qualcosa di ciò che semplicemente è capitato. Anche e soprattutto di quello che, a prima vista, non ci piace o fa ancora molto male.

È tirar su l’edificio della propria esistenza dandole la forma che più sentiamo assomigliarci, adattando via via la struttura alle irregolarità del terreno e valorizzando anche le crepe del materiale che si ha a disposizione.

Costruire me stessa, per me, significa trovare percorsi alternativi per far sì che un trauma – un dolore, una ferita, una sofferenza lunga una vita – non si trasformi in una trama – uno schema ripetitivo che diventa trappola e inesorabile destino. È cercare di scrivere, ogni giorno, un finale diverso dal “tanto deve andare così“.

Abbiamo la possibilità di scegliere cosa fare del dolore (sempre, anche quando questo capita tra capo e collo, ingiusto, accanito) e, con forza e volontà di vita, generare bellezza con una ribellione gentile al proprio destino. Non a caso, il fiore di loto, controcorrente, osa addirittura germogliare dal fango!

«Il figlio, ogni figlio, ha sempre la possibilità di modificare il destino che ha ricevuto dai suoi genitori, porta con sé, sempre, la possibilità di riscrivere in modo nuovo, quello che gli Altri hanno scritto di lui»

Conoscere a fondo il proprio trauma, guardarlo nei suoi (spesso inspiegabili o indicibili) perché e contorni, è il primo necessario passo per poterci fare pace. Per non ripetere, come in un disco incantato, sempre gli stessi percorsi. Vicoli ciechi che non portano da nessuna parte se non alla totale frustrazione.

Se mi guardo indietro, rimango incredula per la strada fatta. Proprio io! Con una costanza che mi stupisce e che mai avrei creduto di avere. Mi abbandono a una gratitudine piena e, come raramente accade, mi stringo in un abbraccio orgoglioso di me.

«Ci vuole costanza per non cedere a Papà Trauma e Mamma Ossessione. Per riconoscere il proprio mito: e poi tradirlo.»

(Voglio pensare che non sia un caso che il mio primo incontro con la psicanalisi portasse proprio il nome di Costanza.)

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