Tenere a mente, teneramente.

Tenere a mente, o dell’arte di ricordare praticando la tenerezza. Tenerezza che è affetto. Anche verso se stessi.

Questo il compito – o meglio, il consiglio – ricevuto pochi giorni fa. Lasciar affiorare pensieri e ricordi. Accoglierli così come sono e fare spazio. Trattenerli, tenendone traccia. Non giudicare. Maneggiarli con cura. La scrittura come appiglio al sentire, come gesto terapeutico per non scordarsi di sé.

È possibile essere capaci di ricordare un impressionante volume di informazioni e, allo stesso tempo, dimenticarsi di emozioni, di esperienze, di intere epoche di vita? Ebbene sì, si può. Io posso!

La “rimozione” è un evergreen della psicanalisi (certamente il preferito del mio analista quando si riferisce a me). Mi dicono che si tratta di uno straordinario meccanismo difensivo con cui la mente – abracadabra! – fa sparire dalla coscienza (e quindi dalla memoria consapevole) quei desideri, pensieri, ricordi che ritiene eccessivamente ingombranti o dolorosi, ferite troppo faticose da sostenere. I contenuti ad altro tasso di pesantezza vengono sepolti in profondità, chiusi a tripla mandata in piccole e inaccessibili stanze della mente. La rimozione, potentissimo sistema immunitario psichico, viene affiancata da un braccio destro infallibile: la “resistenza”. Questo meccanismo, come dice la parola stessa, resiste e impedisce agli elementi rimossi di tornare a galla e, quindi, di disturbare. Che fortuna, si potrebbe dire!

C’è un però. Sotto al tappeto la polvere non scompare. Quella che sembrerebbe un’ingegnosa strategia di sopravvivenza (e, per certi versi, lo è: non potremmo vivere con un costante peso sul cuore e con un perenne frastuono nei pensieri!) non fa altro che spingere sempre più lontano dalla vista elementi dolorosi che, da qualche parte (nei meandri del non-conscio, che sono assai intricati), continuano comunque a pesare e a fare un gran chiasso. A fare male. Peccato che, così nascosti e imprigionati dentro la mente, non si sappia dove andare a cercarli. Non trovandoli, non è possibile elaborarli, prendersene cura e – alla fine – farci pace o lasciarli andare via. La dimenticanza come salvezza e insieme condanna. Un paradosso: a ritrovarsi incatenata a un passato che non ricorda è proprio la mente stessa!

A lungo andare può succedere anche che, a forza di alzare la barricata della “rimozione”, nel calderone della dimenticanza finiscano pure emozioni, dettagli e porzioni di vita che – al contrario – meriterebbero di essere man-tenuti (nel senso di presi per mano e portati sempre con sé a illuminare la strada). Piano piano la capacità di trattenere il bello si indebolisce e il tentativo di richiamare ricordi positivi alle volte può assomigliare a una missione impossibile. La memoria assume le sembianze di un vaso bucato da cui tutto sfugge.

La rimozione è infatti una presa di distanza dal proprio sentire. Un necessario allontanamento di sé da un mondo che, in qualche modo, si è avvicinato troppo. Un esclusione dai giochi di pancia e cuore, messi a tacere nel tentativo di imprigionare ricordi fastidiosi in stanze segrete.

Quando una nebbia fitta avvolge la memoria, elementi indistinti fanno sentire la propria presenza senza però rivelare i propri contorni. Nell’assenza di nitidezza, l’indefinito può inquietare. Senza il ricordo di ciò che ha provocato una ferita, il rischio è quello di farsi male nuovamente. Senza una testimonianza vivida di giorni di sole, l’inverno può sembrare l’unica stagione possibile. Questo è quello che, da tempo immemorabile, succede a me.

Ecco perché la mia necessità di affidare alla parola scritta un compito importante. Quello di tenere traccia del mio sentire, di chiamare in causa il cuore e, insieme a lui, reggere il filo del ricordo – luminoso o traumatico che sia – per non smarrirmi nel labirinto della rimozione. Prendersi cura di una ferita è il primo passo per lasciarla cicatrizzare; fare scorta e tesoro della bellezza che ci circonda è il migliore antidoto per le prove cui ci sottopone la vita.

Un memoir, per scandagliare quello che di me è stato e per tenere a mente ciò che di me è. Per accogliere teneramente – libera dalla foschia del rimosso – ciò che di me sarà.

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